Interstellar - Recensione

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Interstellar. Il film che i fan di 2001: Odissea nello spazio volevano che fosse un nuovo 2001 e che i fan di Nolan volevano che fosse un nuovo 2001. Purtroppo non è andata così ed onestamente, non abbiamo bisogno di un 2001, anche se ci sono vari richiami al capolavoro di Kubrick sparsi nella pellicola, sia visivamente che tematicamente.
Io adoro la science fiction. Adoro film su viaggi spaziali pseudo realistici, dove l’uomo deve confrontarsi con la vastità e pericolosità del cosmo. Interstellar prende questi due temi, li rende parte centrale del film e poi arriva a decadere andando verso il finale. Ma andiamo con ordine.
La storia è ambientata in un futuro della Terra, dove un fungo misterioso sta distruggendo ogni pianta che usiamo per sfamarci e l’intera popolazione mondiale è ridotta a numeri infimi e sono diventati tutti agricoltori, nella speranza di produrre più cibo possibile. A questo si aggiungono tempeste di sabbia costanti e ricorrenti ovunque. Il protagonista, Cooper, è un ingegnere e pilota della NASA che ha dovuto abbandonare il suo lavoro quando il mondo è regredito ad una società agricola. L’inizio del film è speso ad esplorare la sua vita quotidiana, costretto a fare un lavoro che non gli piace, a crescere due figli da vedovo, in un mondo oramai che non può più sostenere la vita umana.
In questa prima parte è evidente come l’apatia tecnologica e l’incapacità dell’uomo di guardare al cielo, verso nuovi orizzonti è quello che ci sta davvero uccidendo. Ma non tutto è perduto e Cooper riesce ad entrare in contatto con i resti della NASA che sta organizzando una spedizione attraverso un Whormhole, un buco nel tessuto spaziotempo, alla ricerca di nuovi mondi abitabili dove ricominciare.
La rigidezza scientifica con la quale è realizzata tutta la parte di esplorazione spaziale è qualcosa che raramente si vede in un film. Tutti i fenomeni spaziali che i protagonisti incontrano sono modellati in modo accurato da un simulatore fisico, invece di essere semplicemente fatti per stupire il pubblico. Questo fa si che ogni vista è forse poco spettacolare, ma non meno terrificante. Buona parte del film gira intorno ad un grandissimo buco nero e straordinariamente, questo è forse uno dei pochi film che arriva a parlare degli effetti della relatività nei viaggi spaziali ed i suoi effetti, con il passaggio del tempo che varia in base alla distanza dalla singolarità. La solennità, il sapiente uso del silenzio nel vuoto spaziale e l’ottima regia rendono il viaggio una goduria per gli occhi. Inoltre è pieno di chicche per gli appassionati del genere, come una scena dove i protagonisti devono ruotare a 67 giri al minuto, stessa velocità di rotazione della capsula Genesi 8 nel 1966.
Puro colpo di genio sono i compagni robotici dei protagonisti, con personalità azzeccate e forma originale ed innovativa.
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I problemi che ha questo film sono principalmente 3: la lentezza, l’accostamento di tematiche tradizionalmente opposte e le linee narrative inutili.
Con una durata di 169 minuti, si ha la sensazione che molte linee narrative sono messe lì giusto per, quasi per obbligo di aderire a dei cliché o per allungare il brodo. Senza andare in territorio spoiler, ci saranno almeno un paio di momenti che sono superflui alla narrativa generale, con risoluzioni veloci e scontate e velate di stupidità. Perché sono state inserite nel film? Queste scene inutili si trovano perlopiù nel 2° e 3° atto del film ed effettivamente non aiutano il finale a prendere la velocità necessaria. L’altro problema, che è strettamente personale, è legato alle tematiche trattate. Il film parte, continua e finisce con un’impostazione altamente scientifica, con tanto di spiegazioni sparse, che aiutano a rendere tutto ciò che si vede su schermo plausibile. Purtroppo nel finale si arriva ad una conclusione dove grandezze tipicamente metafisiche e psicologiche vengono accostate a grandezze scientifiche e considerate pilastri della formazione dell’universo. Se l’idea può sembrare romantica sotto certi punti di vista, personalmente ho trovato che stona tantissimo con il resto dell’intelaiatura del film, anche se cercano di razionalizzarla abbastanza bene. Un altro problema non voluto derivante dalla lentezza del film è che lo spettatore ha troppo tempo per pensare al film in corso d’opera e questo causa una telegrafata del “plot twist” al centro della risoluzione fin dall’inizio della pellicola.
Forse queste magasce legate all’aspetto metafisico e psicologico delle persone sono un’indicazione del cambio di regista per il progetto. Originariamente pensato per Spielberg, che sarebbe stato in grado di gestire queste fasi emotive in modo totalmente diverso, si è passati a Nolan successivamente e la sua mente analitica da robot forse non è la cosa più adatta a gestire questi lati più umani del film.
Insomma, alla fine ci troviamo di fronte ad un film con molto potenziale, visivamente impressionante, con una visione scientifica forte e positiva, con le musiche di Zimmer sempre belle potenti anche se in alcune situazioni possono arrivare a stonare, diluito troppo nel tempo e che va a finire in un finale troppo buonista e scontato, che va a cozzare con quanto il film cerca di costruire fino a quel punto. Avrei preferito un po’ più di cattiveria ed un finale più “realista”.
Rimane comunque una pellicola della quale consiglio la visione al cinema, perché la vastità dei suoi scenari semplicemente non può rendere a casa su Blue Ray.
Stay Classy, Internet

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